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L'evoluzione del lavoro PDF Stampa E-mail

Di Enzo De Fazio, mercoledì 17 febbraio 2010


cavatori_170.jpgAlla fine degli anni Quaranta, in Italia non esisteva una vera e propria industria. La maggior parte delle lavorazioni avveniva con metodi artigianali, con scarsissimo uso di macchine, dove contava soprattutto la bravura dell’operaio che eseguiva il lavoro, mentre il tempo impiegato aveva scarso significato.
 
Alla fine del 2° conflitto mondiale però, prese campo anche in Italia il Taylorismo una nuova organizzazione del lavoro inventata negli Stati Uniti dall’ingegner Frederick Winslow Taylor. Questo metodo di “lavoro scientifico” prevedeva che un operaio facesse un solo movimento, magari dalla durata di pochi secondi, ma ripetuto all’infinito, nacquero così anche in Italia le prime catene di montaggio. Furono necessarie anche nuove professioni come i cronometristi, e gli analisti, che, con strumenti inventati apposta come il crono ciclografo, erano in grado di misurare e analizzare ogni movimento effettuato da un operaio durante l’esecuzione di un determinato lavoro, eliminando gesti inutili e tempi morti, migliorando quindi la velocità di esecuzione. Grandi aziende come Fiat, e Olivetti, adottarono massicciamente le catene di montaggio, che oltretutto permettevano l’impiego di manodopera a bassa specializzazione, e quindi meno costosa, ma dopo poco tempo ci si accorse che questo sistema di lavoro implicava un grosso inconveniente sulla salute dei lavoratori: lo stress.
 
Lo stress, non è altro che la risposta dell’organismo alle sollecitazioni negative presenti nell’ambiente, come la ripetitività del movimento, che può provocare delle vere e proprie patologie fisiche come il cosiddetto R.S.I, (Repetitive Strain Injury) ossia dolori muscolari dovuti alla tensione muscolare tenuta per troppo tempo, per arrivare a vere e proprie sindromi psichiche, come la depressione, dovuta l’insoddisfazione per il proprio lavoro. Il film “Tempi Moderni” di Charlie Chaplin, portò questo problema a conoscenza del grande pubblico, e provocò indirettamente dei movimenti sindacali tendenti a limitare i danni della catena di montaggio. Si pensò, per ovviare a questi inconvenienti, di effettuare il lavoro a cottimo collettivo. Questo sistema prevedeva che gli operai impiegati alla catena di montaggio, fossero organizzati in squadre di dieci o più elementi, e tenuta ferma una certa quantità di lavoro da fare giornalmente, potessero, in modo autonomo, scegliere se produrre di più, ottenendo per questo una paga straordinaria. Si cercò anche di rendere più flessibile il modo di assemblare un certo oggetto, in modo che ogni individuo potesse in qualche misura adattarlo alle proprie caratteristiche.
 
unavoltainvece.gifMa la vera svolta tecnologica avvenne alla fine degli anni Settanta, con l’avvento dei primi robot. In principio erano costituiti da un unico braccio meccanico, capace di fare un numero limitato di movimenti programmati, ma in pochissimo tempo si evolsero, riuscendo a effettuare operazioni più complesse.
 
L’impatto occupazionale fu enorme, un robot poteva svolgere lavori rischiosi o nocivi, come saldatura o verniciatura, senza tempi morti, e in assoluta sicurezza. Ora l’industria non richiedeva più manodopera numerosa, e a bassa specializzazione, ma tecnici altamente qualificati e in numero esiguo. Con l’avvento dell’elettronica poi, il metodo di lavoro cambiò ancora, per la progettazione si usò il sistema C.A.D. (Computer Aided Design) che mandò in pensione legioni di disegnatori, mentre per la realizzazione, i modellisti furono soppiantati dal C.A.M (Computer Aided Manufacture).
 
Ma la rivoluzione tecnologica non si fermò qui, alla fine degli anni novanta, nei paesi asiatici, fecero la loro comparsa, le prime fabbriche automatiche. Anche se le prime realizzazioni furono molto costose, in pochissimo tempo ripagarono abbondantemente i loro investitori, e se da un lato causarono una forte perdita di posti di lavoro, dall’altro ebbero il merito di abbassare drasticamente il costo di molti prodotti, come ad esempio quelli ad alta tecnologia. La ragione di questo repentino calo dei prezzi e facilmente spiegabile. Una fabbrica automatica non necessita di: impianto di estrazione e depurazione fumi, impianto elettrico per l’illuminazione, impianto idrico sanitario, impianto di riscaldamento o refrigerazione, sistemi antinfortunistici, mense e spogliatoi, non ha tempi morti, e può funzionare ininterrottamente giorno e notte, senza interruzione.
 
Ma la sua autonomia non finisce qui, con l’impiego degli Elaboratori di Processo, è in grado di controllare, ed eventualmente modificare, la qualità della sua produzione. Purtroppo questa non sembra l’ultima frontiera nell’automazione nel mondo del lavoro, e moltissime altre categorie, anche ad alto livello professionale sono a rischio, come per esempio i piloti di aereo. Anche se per adesso usati solo per scopi militari gli U.A.V (Unmanned Aerial Vehicle) tradotto letteralmente aereo senza pilota, saranno certamente il mezzo di trasporto merci di un domani non troppo lontano. Già oggi sono in grado di volare per giorni, cosa impossibile per quelli pilotati in modo tradizionale, non necessitano di finestrini, pressurizzazione, sistemi di riscaldamento ecc, è chiaro che il loro costo rispetto a quelli tradizionali sarà certamente competitivo. La possibilità di eseguire in modo autonomo voli programmati eliminerà totalmente la componente umana, abbassando ulteriormente i costi di gestione.
 
L’uso massiccio di tutta questa tecnologia ha, e avrà sempre meno, bisogno di manodopera, ma da normale cittadino faccio una riflessione; ha senso fare costruire prodotti ai robot, se poi l’umano, senza lavoro, non ha i mezzi per acquistarli?
 




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Ultima modifica : martedì 16 febbraio 2010

   
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