| Di Enzo De Fazio,
venerdì 29 gennaio 2010
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Quando ero bambino, proprio al centro di via Roma, a Carrara, vi era un locale dal nome esotico “Casa del caffè” ma era molto diverso di quello che esiste tutt’oggi.
Per conferirgli un alone di mistero, le pareti erano in parte ricoperte da paratie di canne di bambù, e il resto affrescato da disegni che richiamavano l’antico Egitto, con tanto di figure di Faraoni e geroglifici.
Vendeva solo caffè, di diversi tipi, che si poteva far macinare al
momento, e che era messo in uno speciale sacchetto chiuso con un punto
di pinzatrice, per non fargli perdere l’aroma. In terra, appoggiati
lungo le pareti, sostavano in bella vista grossi sacchi di juta, pieni
di caffè ancora da tostare, operazione che era svolta in proprio, e
quando questo avveniva, tutta la strada si riempiva di un fantastico
profumo. Mio padre era molto amico di questo signore, e quando si recava
in città, non mancava mai di fermarsi in questo locale, per gustarsi
una tazzina”di vero nettare” come lo chiamava lui, spessissimo io, ero
con lui, e rimanevo sempre affascinato, sia dall’arredamento del
negozio, ma soprattutto dal carisma del proprietario. Questi era
innamorato del proprio lavoro, al tempo quasi pionieristico, e diceva
sempre che un buon caffè doveva essere” nero come il Diavolo, caldo come
l’Inferno, dolce come l’amore” e ne era così convinto che questa frase
era stampigliata perfino sui sacchetti. Al tempo, il caffè era
considerato un lusso, nelle “botteghe” di alimentari imperavano
indisturbati i vari surrogati, come la famosa Vecchina, o la Miscela
Leone, assieme ad altre misture a base d’orzo, anche se l’espresso era
stata una scoperta tutta Italiana, fatta nel lontano 1902, dall’ingegner
Giuseppe Bezzera, che costruì la prima macchina dal caffè da bar.
Quest’arbusto cresce nella fascia tropicale di Asia, Africa e America, e
i suoi semi, pur essendo conosciuti da millenni dalle popolazioni che
abitano a queste latitudini, furono introdotti in Europa solo attorno al
XVI secolo, dapprima utilizzati al naturale, senza tostatura, come
medicamento eccitante per la presenza al loro interno di un alcaloide,
la caffeina.
Ma già nel 1680 si hanno notizie di locali aperti a Londra per la sua
mescita, con il nome proprio di “caffè” che diverrà in seguito sinonimo
di luogo di aggregazione, e di pensiero, frequentato dai letterati del
tempo.
Per secoli, le varietà più importate furono sostanzialmente due,
l’Arabica, e la Robusta, che si differenziano tra loro, per essere una,
un caffè di montagna, e mentre l’altra, un caffè coltivato in pianura,
fattore che influisce in modo significativo sul loro gusto finale.
L’Italia si rivelò subito uno dei paesi a cui questa nuova bevande
piacque di più, tanto da diventare in breve tempo, uno dei leader
mondiali del suo consumo, e della sua preparazione. Dopo l’invenzione
della macchina per l’espresso, nel 1932 Alfredo Bialetti, brevetta e
mette in commercio, una nuova macchina per fare il caffè, per uso
domestico, la Moka, che avrà subito un enorme successo, e soppianterà la
più antica cucumella, o caffettiera napoletana. Visto il gradimento
degli italiani per il caffè espresso, anche l’industria si dedicò alla
costruzione di nuove macchine da caffè per bar, così Aziende come la
Rancilio, la Cimbali, e la Faema, solo per citarne alcune, idearono e
costruirono, dei veri capolavori tecnologici, che riuscivano a estrarre
dal caffè quel gusto, e quell’aroma che tutto il mondo ci invidia. A
prima vista il loro funzionamento sembra abbastanza semplice, basta fare
passare acqua bollente a pressione attraverso il caffè, per estrarne i
suoi oli essenziali, ma sono molteplici i fattori che influiscono sulla
buona riuscita di questa, a prima vista, semplice operazione, e vanno
dalla grana di macinatura, alla temperatura dell’acqua, dalla pressione
della stessa, ai micro fori dei filtri ecc.
Attorno alla metà degli anni Settanta, cominciarono ad apparire anche le
macchine domestiche per fare il caffè espresso, in pratica delle mini
macchine da bar, che si sono a mano a mano evolute, fino ad arrivare a quelle
attuali, capaci di pressioni di diciannove bar per millimetro quadro,
oltre a produrre vapore ad alta temperatura per fare cappuccini, e
scaldare bevande.
Da alcuni anni si fa ricorso sempre più spesso all’uso delle cialde,
ossia, contenitori a perdere, al cui interno sono presenti vari tipi di
caffè miscelati nelle dosi ottimali, che oltre a garantire un caffè
sempre perfetto, permettono di gustarlo in sapori sempre più esotici e
vari, o addirittura preparare allo stesso modo cioccolata, the, o tisane
varie. Purtroppo però, proprio perché il caffè è così amato dagli
italiani, è soggetto a una forte speculazione economica, che pur
avvenendo sotto gli occhi di tutti, è in parte mascherata dal prezzo
relativamente esiguo della tazzina di caffè.
Ma facciamo due rapidi
calcoli: un Kg di caffè, comprensivo di tasse e oneri vari, costa a un barista in
media 14,50 € e con questa quantità è possibile servire circa142
tazzine di caffè al costo di circa 0,10 €, calcolando anche un costo
aggiuntivo di 0,10 € per zucchero, sevizio, e ammortamento macchina, e
considerando che una tazza di caffè è venduta al pubblico a circa 0,90-1
€, si evince che vi sia un ricarico vicino al 300%, estremamente
esoso, ma soprattutto non giustificato, e si parla di ulteriori
aumenti.
Anche le cialde non sono da meno, contengono da 3 a 5 grammi di caffè,
con un costo medio cadauna di 0,30 €, un Kg di caffè si avvicina ai 65
€, alla faccia del caffè casalingo!
Con questi prezzi non vorrei fossimo costretti a tornare ai metodi di
mia nonna, che dopo avere versato l’acqua bollente su un cucchiaio di
caffè macinato, lo filtrava con il colino, e teneva la polvere per… il
prossimo caffè.
Ultima modifica : venerdì 29 gennaio 2010
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