| Di Enzo De Fazio,
mercoledì 21 ottobre 2009
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1971. Parafrasando un passo della Genesi, si potrebbe tranquillamente affermare: prima era il nulla.
E’ infatti in quegli anni, relativamente recenti, che i primi congegni elettronici fecero lo loro timida comparsa sulla scena mondiale. Prima di quel periodo tutto era meccanico, e nella quasi totalità dei casi, attivato manualmente.
In quasi tutte le case vi era la macchina per cucire, di solito di
marca Singer, rigorosamente meccanica, azionata con i piedi dalla
sarta, che tramite una pedana basculante trasmetteva il moto con una
cinghia di cuoio alla macchina. Nel salotto buono delle famiglie più
abbienti troneggiava l’orologio a pendola, dotato di carica
settimanale, con un tic-tac tanto forte, da rischiare la sordità,
mentre in quelle più modeste, era immancabile l’orologio a cucù con i
due contrappesi per la carica a forma di pigna, oppure la ancora più
proletaria sveglia dotata di una suoneria così potente da provocare il
rischio d’infarto ogni mattina.
Nelle prime e rare stazioni di servizio, le pompe erano composte di due
recipienti affiancati di materiale trasparente, con una leva da
azionare manualmente posta sul retro della colonnina, il benzinaio
riempiva il primo, che quando era pieno automaticamente si svuotava, e
la benzina fluiva con una gomma dentro il serbatoio dell’auto, mentre
il secondo si riempiva, permettendo così a un contatore meccanico il
conteggio dei litri. I congegni a più alta tecnologia del tempo erano
le rare telescriventi, con le quali era possibile spedire un testo, in
qualsiasi parte del mondo, ma erano prerogativa di grosse testate
giornalistiche, o di potenti gruppi industriali. Erano, però ancora
abbastanza inaffidabili, tanto che per testarne l’efficienza, era stato
inventato una specie di codice chiamato Pangramma, che consisteva nello
spedire la seguente frase, a prima vista priva di senso, ma che aveva
al suo interno tutte le lettere dell’alfabeto, MA LA VOLPE COL SUO
BALZO HA RAGGIUNTO IL QUIETO FIDO.
Nei negozi di generi alimentari, le grosse affettatrici Bizerba, erano
meccaniche e manuali, così come le bilance, mentre negli uffici, le
dattilografe riuscivano tranquillamente a fare trecento battute il
minuto, su macchine per scrivere Olivetti o Lexington, azionando
manualmente il carrello, così come manuale era anche la leva che faceva
funzionare le enormi calcolatrici.
I primi oggetti a modernizzarsi furono gli orologi, la Bulova mise sul
mercato alla fine degli anni Sessanta un orologio denominato Bulova
Accutron, aveva il movimento completamente a vista e le lancette erano
fatte girare da un meccanismo ancora meccanico, ma azionato da una
piccola batteria che, inducendo elettricamente delle vibrazioni in un
diapason, prometteva una precisione di circa un secondo il mese. Anche
se abbastanza costoso ebbe subito un enorme successo, spinto anche da
una sapiente campagna pubblicitaria che ne esaltava l’unicità.
Fu solo nel 1971, che apparvero i primi veri
orologi elettronici a Led, al tempo solo rossi. Avevano il quadrante
completamente nero, e schiacciando un pulsante apparivano le ore e i
minuti, erano relativamente costosi ma la novità spinse la gente a
comprarne migliaia, tanto che in pochissimo tempo se ne formarono due
tipologie, ambedue, con la stessa tecnologia, vi erano quelli più a
buon mercato, con la cassa e il cinturino in plastica, e quelli
addirittura placcati in oro, da sfoggiare come un vero gioiello. Venne
poi l’era delle calcolatrici elettroniche, la prima portatile fu
immessa sul mercato dalla Sharp alla fine del 1971, aveva le batterie
ricaricabili, un display a led, e pesava circa 500 g; costava 800.000
Lire.
Anche nel settore del divertimento cominciò a entrare l’elettronica, e
accanto al Flipper meccanico, apparvero le prime gigantesche consolle
in legno colorato, dotate di grossi monitor verdi, dove era possibile
giocare una partita di tennis molto approssimativa, che consisteva nel
respingere con una lineetta luminosa che simulava una racchetta,
un’altra lineetta, che era la palla.
Sempre in quegli anni, importato dagli Stati Uniti, fece la sua prima
comparsa, anticipato da una martellante campagna pubblicitaria, il
primo vero personal computer, denominato Vic 20, e costruito dalla
Commodore, la sua potenza era ridicola, aveva solo 5,5 Kb, di cui due
servivano per il sistema operativo, e costava “appena” 199.000 Lire.
Era costituito da una semplice tastiera con un lettore di audiocassette
incorporato, e un’altro alloggiamento per l’inserimento di una
cartuccia ROM in linguaggio macchina per i giochi, si collegava al
televisore di casa, ed era possibile la sua programmazione con il
linguaggio BASIC. Fu un enorme successo, tanto che in pochissimo tempo
la casa costruttrice né vendette oltre un milione di pezzi, i
programmi, copiati da enormi “manuali d’istruzione” potevano essere
scritti su una normale cassetta musicale, e dopo il loro caricamento
era possibile, non solo fare dei piccoli giochi, ma anche simulare il
suono di diversi strumenti musicali, oltre che a comporne la musica. La
Olivetti, che nell’anno 1965 aveva già presentato alla fiera di New
York un calcolatore elettronico denominato Programma 101, senza
particolare successo, rispose con un modello tutto italiano il PC 128
Prodest, dotato anche di una penna ottica e di un programma di grafica
in cartuccia ROM denominato Colorpaint, ma che, pur essendo molto più
potente, non ebbe successo per la totale assenza di programmi. Come
scarso successo ebbe un modello della Atari che venne lanciato sul
mercato nel 1981.
Il primato di vendita in assoluto, lo ottenne ancora la Commodore, nel
1982, con l’uscita del nuovo modello denominato Commodore 64, riuscendo
a distribuirne nel mondo oltre diciassette milioni di pezzi.
Complice del suo successo fu sicuramente l’idea di metterlo in vendita
anche nei grandi magazzini e nei negozi di giocattoli, oltre ovviamente
a dotarlo di accessori come un floppy, e addirittura una delle prime
stampanti ad aghi dedicata, oltre a una marea di programmi, anche per
il lavoro d’ufficio, ma soprattutto di giochi, alcuni dei quali sono
diventati un mito come PAC, o l’idraulico italiano Mario Bross. La
Commodore, a causa di scelte commerciali errate, dichiarerà bancarotta
nel 1994, mentre la Olivetti pur essendo stata per decenni leader nel
campo dell’informatica, non riuscirà in alcun modo a inserirsi in
questo ricco mercato, e anch’essa chiuderà i battenti pochi anni dopo.
Ultima modifica : martedì 20 ottobre 2009
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Il mio preimo PC
Di: Rosa () 21-10-2009 00:42